COMUNE DI LUNGRO

Storia del Comune

Sul versante sud-ovest della catena montuosa del Pollino, nel territorio delimitato a nord-ovest dal fiume Galatro ed a sud-est dal fiume Tiro, si estende Lungro, comunità arbëreshe. Noto già in epoca medievale col nome di Lungrum, fu ripopolato nel corso del secolo XV da alcune famiglie di profughi albanesi. È sede di Eparchia greco-cattolica.

L’abitato è situato alle falde del monte Petrosa  a 600 mt s.l.m. ed è fiancheggiato da due fiumi: il Galatro e il Tiro.

La veduta è ampia e si estende sino alla piana di Sibari.


Stemma
 

 

Abitanti: 3000 (Lungresi)
Festa patronale: San Nicola, vescovo di Mira, 6 dicembre
Superficie del Comune: 35 km²

Densità: 84 abitanti/km²
Altitudine: 600 m s.l.m.


Il Risorgimento Lungrese

 Gli strascichi della Restaurazione imposta dalla Santa Alleanza, a Lungro trovarono una immediata risposta e non tardarono a registrarsi numerose rivolte contro l’assetto politico imposto dal Congresso di Vienna. Lungro fu una città protagonista sin dai primi anni nel Risorgimento poiché gia nel 1820 dei movimenti irredentisti, di notevole portata, costrinsero la polizia a mandare un giudice istruttore per reprimere gravi “misfatti” compiuti contro il governo borbonico. Già nel giugno del 1820, quindi, a Lungro era attiva la Carboneria che ispirata dalle idee liberali della borghesia intellettuale lungrese, andava di anno in anno ingrossando le proprie fila, anche se, dovettero passare parecchi anni, prima di registrare altre rivolte. Un’ insurrezione contro la stessa tirannia borbonica, si compì a Cosenza nel marzo del 1844. Essa vide la partecipazione di molti arbëreshë, tra i quali alcuni giovani lungresi come Pasquale Cucci e i fratelli Angelo e Domenico Damis. La rivolta ebbe esito negativo e venne sedata dai borboni con il ferro e il sangue. Ma l’“avanguardia” lungrese non sopì le sue spinte liberali: il 2 giugno 1848, partecipò all’insurrezione di Cosenza, dove, sotto la reggenza del conte Ricciardi, si costituì un governo provvisorio che nominò Capitano Domenico Damis. L’offensiva di Ferdinando II, nel frattempo, non si fece attendere e si concretizzò con l’avanzata delle truppe del generale Busacca che sbarcava a Sapri con 2500 uomini. Il 14 giugno Domenico Mauro giunse a Lungro; qui con Vincenzo Stratigò, Domenico Damis, Pietro Irianni, Giuseppe Samengo ed altri 200 volontari lungresi raggiunse, il 15 giugno, le alture di Campotenese. Nello stesso giorno, dalla Sicilia, arrivava a Cosenza un contingente di 800 uomini comandato dal generale Ribotti. Il 27 giugno il Busacca sferrò un attacco alla compagnia di Giuseppe Pace, anche lui arbëresh di Frascineto che, assistito dagli uomini di Stratigò e di Damis, riuscì ad ottenere una strepitosa vittoria costringendo il nemico alla ritirata. Di li a poco, le truppe borboniche, preparono l’offensiva con la marcia del generale Lanza che dalla Basilicata stava per congiungersi al Busacca presso Castrovillari. Così, i nostri, per spezzarne l’offensiva vollero tendere un agguato in un punto strategico: sul ponte del fiume Cornuto. Il compito venne assunto dai salinari lungresi, esperti guastatori, che in poco tempo riuscirono a far saltare il ponte. Nonostante questo, però, il 30 Giugno il generale Lanza riuscì a raggiungere Campotenese. Le cinque compagnie albanesi, comandate rispettivamente da Stratigò, Damis, Mauro, Baratta e Pace, avendo preso oramai coscienza dell’alto tradimento del generale Ribotti, si lanciarono disperatamente contro il nemico. Fu una lotta impari: i nostri, numericamente inferiori e provati dalle asperità delle battaglie precedenti, furono duramente sconfitti e costretti a ritirarsi. Così Lanza occupò Campotenese e si ricongiunse al Busacca nei pressi Castrovillari. Il 1° Luglio Stratigò e Damis insieme a Mauro scesero a Lungro dove sciolsero le compagnie; ciò nonostante, una sessantina di albanesi, tra cui molti lungresi, nella speranza di riaccendere la rivolta, si diressero verso il Cilento. La loro avanzata, però, venne subito bloccata dalle truppe borboniche. Per i misfatti del ’48 molti arbëreshë e molti lungresi furono incarcerati, relegati al domicilio coatto o espulsi dalla miniera di salgemma. Domenico Damis venne condotto nelle carceri di Procida e condannato a 25 anni di ferri, ridotti poi a 18. Angelo Damis fu costretto al domicilio obbligato presso la propria abitazione. Vincenzo Stratigò venne mandato al domicilio coatto. Giuseppe Samengo fu arrestato, ma subitamente scarcerato per mancanza di prove. Pasquale Cucci fu costretto alla latitanza. Ferdinando II faceva chiudere per un biennio (1848-’50) anche il Collegio di San Demetrio Corone, definito dal Re «covo di vipere», perchè considerato il luogo da dove partivano e si attuavano tutti gli atti di cospirazione contro il suo governo. In effetti, tutta la borghesia albanese, educatori e studenti, parteciparono in massa alla rivoluzione del ‘48, e continuarono a cospirare contro i Borboni fino all’Unità d’Italia. I rivoluzionari, durante questi anni, covavano le loro strategie. Le sommosse venivano duramente soffocate da una feroce repressione poliziesca. Il decennio di preparazione sfociò, come del resto era prevedibile, in una rivolta determinante e vittoriosa. A Lungro, il 16 Luglio 1859, Vincenzo Stratigò, costretto a latitare perchè ricercato dalla polizia borbonica, esaltando i successi delle truppe franco-piemontesi nelle battaglie di Palestro e San Martino, incitò i lungresi alla rivolta contro tiranno e riunì la popolazione nella piazza antistante la propria abitazione. Ancora una volta, però, la rivolta venne violentemente sedata e molte persone tradotte nelle carceri di Lungro e Cosenza. Così recita un articolo in prima pagina del Giornale del Regno delle Due Sicilie, n 156, del 19 luglio 1859 (Archivio famiglia Stratigò): “ Il 16 del corrente mese nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi un Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione, ed alcuni suoi complici si condussero al vicino comune di Firmo con lo stesso reo intento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottointendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione.” Il 6 maggio 1860 Domenico Damis partì con i Mille da Genova alla volta di Marsala. Dalla Sicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo ben 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti illustri lungresi come Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo. Il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Garibaldi arrivò a Castrovillari; insieme a lui Domenico Damis che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle di Frascineto e Civita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. Il 1 ed il 2 ottobre le truppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria.


La Salina

Quando Plinio il vecchio (23 - 79 D.C), esplorò gli aspri promontori della terra di Balbia, antico nome dei territori circostanti Altomonte e Lungro, il salgemma, a quei tempi rigoglioso in maniera straordinaria, riaffiorava sulla superficie sabbiosa di una conca circondata da montagne che chiudevano il sito rendendo l’ambiente ombroso e molto umido e quindi fugacemente baciato dai raggi del sole. In quel invaso naturale, si sarebbe sviluppato poi, a distanza di un millennio circa, il giacimento salifero di Lungro, una delle più estese e importanti miniere di salgemma d’Europa. Probabilmente la salina era conosciuta ai tempi della Magna Grecia. È verosimile che gran parte dello splendore economico della città di Sibari (720 a.C. 510 a.C.), derivasse dallo sfruttamento della miniera di salgemma di Lungro. E’ noto come i Sibariti si spinsero con nelle impervie gole della catena montuosa del Pollino alla ricerca di risorse minierarie. Da alcuni reperti archeologici rinvenuti recentemente in località Karroqa e Gjurma, (cocchi, vassellame e monete) è facile risalire alla presenza di un insediamento greco nel territorio lungrese giustificato chiaramente dallo sfruttamento del giacimento salifero. Con l’edificazione dell’abbazia basiliana di Santa Maria delle Fonti fondata nel 1156, il sito assunse maggiore rilievo è costituì, per i monaci baroni e le popolazioni del distretto, una importantissima fonte di sostentamento. Fin dal regno degli Svevi il sale di Lungro fu dichiarato argomento di rendita dello Stato e come tale si emanarono sin d’allora parecchie disposizioni riguardanti la vendita e l’uso del minerale. Alla morte di Federico II (1250) la miniera passò di proprietà ai signori che vennero dalla Francia al seguito di Carlo I d’Angiò. Quando la salina venne poi affidata ai Sanseverino, si era già verificato l’insediamento albanese nel territorio. Con la ripopolazione della zona, la miniera venne sfruttata in maniera più proficua. I transfughi albanesi adoperarono per primi l’estrazione del sale in profondità e puntellarono le gallerie con travi di legno. In realtà, anche le tecniche sperimentate dagli albanesi per l’estrazione del sale, erano molto caotiche e senza una specifica direttiva che sfruttasse in modo redditizio le potenziali risorse del giacimento. Dovettero trascorrere molti anni prima che venisse emesso un regolamento per l’estrazione del minerale che arrivò nel 1811 sotto Murat. Più tardi, nel 1825, vennero proposti alcuni miglioramenti con la realizzazione del pozzo Galli che migliorò la circolazione dell’aria e l’opportuno scolo delle acque. Nel 1883 venne realizzato il pozzo Bellavite e il nuovo fabbricato, e vennero tracciate anche le planimetrie dei fabbricati e delle gallerie del giacimento. Le condizioni di lavoro degli operai addetti all’estrazione mancavano delle più elementari norme di sicurezza. Il sale che veniva estratto in maniera caotica, veniva caricato a spalla e trasportato a piedi dai minatori seminudi che dovevano salire più di 2000 scalini intagliati nel salgemma per portare il carico a destinazione. Questi scalini si sviluppavano in tortuosissime rampe che raggiungevano i 260 metri di profondità, disposti in cinque piani e divisi dai cantieri di estrazione. La quantità di sale che se ne ritraeva,prima della chiusura, era di 70 mila quintali e veniva consumato nelle province di Cosenza, Catanzaro e della Basilicata.


Le Origini

 Sul versante sud-ovest della catena montuosa del Pollino, nel territorio delimitato a nord-ovest dal fiume Galatro ed a sud-est dal fiume Tiro, si estende Lungro, comunità arbëreshe di 3145 abitanti. Il suo agglomerato urbano che giace ai piedi del monte Petrosa a 600 metri di altitudine, é sovrastato da una cinta di monti che, distaccandosi a nord-ovest dal Cozzo Pellegrino, si congiungono trasversalmente al massiccio del Pollino. Dal promontorio su cui sorge il paese, che guarda gran parte della Piana di Sibari, è possibile scorgere il magnifico Golfo di Sibari e le colline che salgono gradualmente verso i rilievi della Sila Greca. Il nome Lungrum appare per la prima volta nella storia, intorno al secolo XII. L’etimo Lungrum o Ugrium sembra riferirsi alla particolare umidità del suo territorio. Secondo Domenico De Marchis , il suo nome deriva dal greco UGROS «ugros»/umido, fluido,acqua. Quest’ipotesi è avvalorata anche dal nome dell’antico monastero del casale di Lungro, «Santa Maria delle Fonti»/Shën Mëria e Ujravet.
 

Cenni Storici. Era il 2 maggio del 1156, quando Ogerio del Vasto, signore della contea di Brahalla (l’attuale Altomonte), con il beneplacito di Soffrido, vescovo di Cassano, concesse ad alcuni monaci basiliani il territorio antistante la chiesetta di Santa Maria de Fontibus, nei pressi del casale Lungrum. L’erezione del monastero di Santa Maria delle Fonti, permise ai monaci baroni di conquistare gradualmente la giurisdizione civile sulla popolazione e sul territorio e consentì al piccolo agglomerato rurale di svilupparsi autonomamente. Dovettero però trascorrere parecchi anni prima che l’esigua popolazione del borgo medievale, tutta di origine italiana, potesse usufruire proficuamente delle terre e dei benefici concessi da quella donazione di vassallaggio. Le molteplici angustie feudali, inoltre, ostacolavano lo sviluppo economico del borgo e frenavano l’incremento demografico, poiché una sorta di primogenitura feudale consentiva di contrarre matrimonio solo al primogenito, costringendo al celibato gli altri membri della famiglia. D’altro canto, il monastero andava acquistando sempre maggiore prestigio e in poco tempo divenne uno dei più importanti centri di spiritualità bizantina e cultura greca. Con il dissolvimento del sistema feudale, dopo il Regno dei Normanni (XII secolo) e il dominio degli Svevi (XIII secolo), l’abbazia e il casale attraversarono un lungo periodo di crisi che si acuì con il dominio degli Angioini prima, degli Aragonesi poi. Il casale Lungrum, comunque, andava lentamente sviluppandosi, sotto la blanda guida dei monaci. A dare una svolta determinante e nuova linfa vitale al piccolo agglomerato rurale, fu l’insediamento di 17 fuochi (famiglie) di transfughi albanesi che si stabilirono nel territorio lungrese nella seconda metà del XV secolo. Quando il sultano turco Murad II, dopo aver conquistato gran parte dei territori in Oriente, rivolse le sue mire espansionistiche verso l’Albania, Giorgio Kastriota Skanderbeg, valoroso comandante albanese dell’esercito turco, ritornò in Albania e organizzò la resistenza armata all’avanzata turca. Per circa 25 anni il popolo albanese, guidato dallo stesso Skanderbeg, riuscì a resistere alle offensive dell’impero ottomano e costituì un baluardo in difesa dell’Europa intera. Solo alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1468, i turchi riuscirono a scardinare la resistenza albanese ed occuparono il paese intero. In seguito a questi tragici eventi si registrò in Italia la più consistente migrazione di popolazioni albanesi, che non si compì ad un tratto, ma a varie ondate. Ancora prima della capitolazione della città di Kruja, alcuni nuclei albanesi si erano stabiliti in Puglia, Calabria e Sicilia, nei feudi che Skanderbeg e gli altri condottieri albanesi avevano ottenuto dal re di Napoli, Alfonso I d’Aragona, in cambio dell’aiuto militare prestato nelle continue lotte contro i feudatari locali. Non pochi, però, furono gli spostamenti e i cambiamenti di zona che precedettero l’insediamento definitivo dei gruppi albanesi. Era tuttavia inevitabile per un popolo di guerrieri e pastori, preferire posti impervi e assai difficili da raggiungere. La ricerca di buoni pascoli per il bestiame, l’adattamento all’ambiente e gli atteggiamenti più o meno favorevoli dimostrati dalle popolazioni indigene, però, erano cause altrettanto importanti per la scelta dell’insediamento. Né erano da trascurare fattori come la stipula dei “capitoli” (norme che regolamentavano il funzionamento degli uffici e delle magistrature locali). Dopo interminabili spostamenti e travagliate vicende, i transfughi albanesi trovarono una buona accoglienza nei feudi calabresi di Geronino Sanseverino, principe di Bisignano che aveva preso in sposa Irene Castriota, nipote di G. Skanderbeg. L’insediamento di nuclei albanesi in prossimità del casale di Lungro risale al 1486, anno in cui Geronimo Sanseverino, principe di Bisignano e signore di Altomonte, nel concedere loro ospitalità, imponeva una tassa focatica di 20 ducati annui. Così i 17 fuochi albanesi, in poco tempo riuscirono a prevalere sull’esigua popolazione dell’antico borgo, tanto da imporre la propria lingua, il rito bizantino e gli usi orientali. Del resto, l’economia del paese beneficiò molto della manodopera albanese (ottimi pastori e contadini) che introdusse nuove tecniche di estrazione del salgemma. Essi, in breve tempo, diedero una nuova configurazione urbana all’abitato. Il rapido proliferare delle famiglie albanesi, raggruppate nelle gjitonie, consentì all’insediamento di acquisire il titolo di Universitas (1546), con cui si riconosceva agli abitanti il diritto di creare nel suo seno un’amministrazione cittadina. Così il borgo medievale, in pochi anni perse la sua identità italiana diventando marcata espressione della maggioranza di etnia albanese. Il monastero di Santa Maria delle Fonti, che già prima dell’insediamento dei transfughi attraversava un periodo di profonda crisi, venne abbandonato dai monaci nel 1525. Nella seconda metà del XVII secolo e durante il XVIII secolo, si intensificarono gli scontri tra le famiglie baronali dei Sanseverino di Altomonte ed i Pescara di Saracena. A Lungro si verificarono numerosi scontri politici per l’acquisizione di alcuni diritti baronali su feudi precedentemente contesi. Nel corso degli anni si intensificarono i secolari contrasti religiosi tra il rito greco-bizantino degli albanesi e il rito latino delle popolazioni confinanti. Numerosi preti albanesi subirono il carcere a causa della pratica del rito orientale, ma i lungresi, si strinsero intorno a loro e, lottando con tenacia, riuscirono a conservare la propria identità religiosa.


Uomini Illustri

 Vincenzo Stratigò: ritratto di un poeta socialista. Della nobile schiatta proveniente dalla città di Corone è appartenuto il più grande poeta socialista della letteratura arbëreshe,Vincenzo Stratigò nato a Lungro il 17 dicembre 1822. Compiuti gli studi presso il collegio italo-albanese di San Demetrio Corone, rinomata scuola di classiche virtù e tempio della cospirazione antiborbonica, Vincenzo Stratigò si iscrisse all’Università di Napoli, nella facoltà di Legge dove cominciò a frequentare le logge rivoluzionarie. Nel 1844, partecipò ai Moti di Cosenza, quindi nel 1848 ai Moti di Napoli con il grado di luogotenente dell’esercito nazionale sotto la guida del Generale Ribotti. Per la sua attività di cospiratore e per aver partecipato ai Moti, per molti anni venne ricercato e quindi costretto a latitare. Nei primi anni di latitanza, (1848-1852), cominciò a scrivere opere in prosa e poesia (Proclama agli albanesi e Apostrofe agli avi miei), che riecheggiano della resistenza del popolo albanese contro l’oppressione turca. Costretto a subire il domicilio forzato per mancanza di mezzi di sussistenza ruppe il confine e si ritirò clandestinamente a Lungro, vivendo nella latitanza fino al 1860. Nella casa natale, ispirato dai frequenti contatti con i cospiratori lungresi, cominciò a comporre poesie di carattere liberale, in albanese ed in italiano. Nel 1857 scrisse la famosa ode «L’albanese», che fece circolare clandestinamente tra i contadini dei paesi arbëreshë. È proprio in queste poesie che l’indole ribelle dello Stratigò si concretizza e traduce in arte tutte le sue ribellioni alle ingiustizie di quel secolo codardo, dove lui coraggiosamente sventola la bandiera della libertà e della fratellanza umana. La sua opera filtra la repressione della tirannide borbonica che spezza le sommosse con la catena e con il sangue, ma che non potrà fermare il processo rivoluzionario che si concluderà con l’Unità d’Italia. Il 16 Luglio 1859, quando il cannone d’Italia tuonava sul campo di Palestro, Stratigò, tentò di sollevare le colonie albanesi per recarsi in aiuto de’ fratelli in Lombardia, e a tal uopo incominciò il movimento a Lungro, sua patria, proclamando l’Indipendenza d’Italia. Per tale azione generosa i suoi fratelli Giuseppe e Demetrio furono arrestati, tradotti nel carcere di Cosenza, e condannati. La madre settuagenaria,venne rinchiusa nelle prigioni di Lungro, e lo stesso Stratigò fu, ancora una volta, costretto a latitare, con una taglia di 8500 lire sul capo. Allora la sua famiglia incominciò ad alienarsi di debiti, e, per sostenere i bisogni del carcere e della latitanza, fu costretta a privarsi della maggior parte dei suoi beni. Dopo l’Unità d’Italia, con profondo rammarico per l’operato del Governo italiano, Vincenzo Stratigò, scrisse opere di carattere economico e sociale come «Disquilibrio tra lo scambio e la produzione», saggio socio-economico sulla condizione delle masse contadine italiane. Le più importanti poesie socialiste scritte in albanese, appartengono a questo periodo. In "La morte di chi non ha", e "Il bersagliere", egli parla della misera condizione del diseredato e del bersagliere costretti a lavorare per una società profondamente ingiusta e corrotta. Stratigò qui diventa il profeta contro i dittatori, perchè sente che i mali della società si riversano contro gli oppressi, i diseredati, gli sfruttati, e si fa interprete dei loro dolori e dell’esigenze di emancipazione che agita le loro coscienze. La sua opera trasuda di sentimenti autentici e contempla la virtù dell’onestà e dell’uguaglianza dei popoli, retta dall’equilibrio morale dell’individuo e dalla rivendicazione dei diritti umani del proletariato internazionale. Vincenzo Stratigò, antesignano del suffragio universale, fa della fratellanza internazionale dei popoli la sua bandiera. È’ colui che pone nella rivoluzione le radici per confiscare la ricchezza privata e distribuirla agli operai a danno dei capitalisti. È’ colui che vuole distruggere la vecchia società e crearne una nuova fondata sul diritto sociale e sulla totale emancipazione del proletariato mondiale. È colui che vuole piantare la vincitrice bandiera dell’anarchia sulle rovine dei palazzi del potere e mettere l’aristocrazia alla forca. "Ti guardo senza pelle, le ossa sul volto, A te povero, che senza terre, Senza casa, senza croce, senza pianto, Senza una tavola, come uno ucciso, Ti trascinano sottoterra, Tu che hai versato il sangue per noi! Lingua per te la campana non ha, Che portavi il pane che il mondo mangia!" Il capitano garibaldino Vincenzo Stratigò si distinse inoltre, fra i patrioti lungresi, per carattere fiero ed indipendente, per odio alla tirannide, per il valore sui campi di battaglia e per alte virtù cittadine. Nel settembre del 1874, accusato di Internazionalismo Socialista, subisce in casa sua una delle tante perquisizioni, in occasione della quale gli vengono sequestrati molti manoscritti. Stratigò, considerato il più grande poeta socialista della letteratura arbëreshe, genio rivoluzionario del Risorgimento arbëresh, ha lottato in modo convinto più di chiunque altro poeta, contro la realtà politica del suo tempo, rifiutando ogni principio di autorità e di conformismo religioso, acceso assertore del progresso umano e sociale. Morì a Lungro il 29 settembre 1885. "Una casetta Giace, fra l’altre, candida e silente Poco lungi dal monte, sacro asilo Di virtude e saper: è la dimora Del più eletto rampol di quella schiatta Che Stratigò s’appella. Quivi cerca Del suo prode nipote il gran Guerriero, Di quel Vincenzo che su i campi aurati Trascinava con fascino fatale La balda gioventù della sua terra A fulminar del Borbon le schiere".

Il Generale Domenico Damis.Tra i Mille che partirono da Genova alla volta di Palermo, vi fu un arbëresh che durante la trionfale marcia guidata da “l’eroe dei due mondi”, ebbe l’onore di essere pubblicamente ringraziato dal dittatore, per aver guidato la sua brigata in maniera eccellente. Domenico Damis, letterato, cospiratore e stratega, fu l’uomo che seppe interpretare l’indole ribelle degli italo-albanesi di Lungro e guidare loro a seguire l’esercito garibaldino per spezzare le catene della dittatura borbonica e liberare l’Italia. Formatosi al collegio di San Adriano a S. Demetrio Corone e quindi a Napoli, dove conseguì il diploma di belle arti e filosofia e successivamente la laurea in giurisprudenza, Domenico Damis fu l’ufficiale che guidò il popolo arbëresh a dare un contributo fondamentale alla causa dell’ unità italiana. Imbevuto della cultura liberista e assiduo frequentatore delle logge napoletane, il generale lungrese fu membro attivo della “Giovane Italia”, partecipò attivamente alla sommossa di Cosenza nel 1844 e comandò nel 1848 i 200 lungresi nella battaglia di Campotenese che, dopo aver sconfitto le truppe del Busacca, soccorsero gli altri fratelli arbëreshë comandati da Giuseppe Pace, incalzati dall’esercito borbonico. Nel 1851 venne arrestato condannato a 25 anni di ferri dai gendarmi della polizia del Regno che dopo numerose perquisizioni, riuscirono a scovarlo sotto le vesti (kamizollat) della signora Maria Cucci, moglie del suo amico e cospiratore Raffaele Molfa detto Ndindirindiu . Il 26 novembre del 1852 venne internato nelle prigioni di Procida. Nel 1859, costretto dalla polizia borbonica ad imbarcarsi con altri sessantasei cospiratori sullo Stromboli per raggiungere in esilio coatto l’America del Nord, riuscì a sbarcare invece in Irlanda e si organizzò, insieme a Settembrini , a raggiungere gli altri fratelli italiani a Genova dove prese parte alla spedizione dei Mille. Nella battaglia del Volturno (1 e 2 ottobre 1860) Domenico Damis, con il grado di tenente colonnello dell’esercito di Garibaldi, comandò la brigata albanese fino alle mura di Capua. Dopo l’unità d’Italia si diede alla carriera politica e venne eletto in diverse legislature. Dopo un’intensa attività politica, si ritirò a Lungro dove si spense nel 1904. “Damis, questi tuoi albanesi sono dei leoni!” (G.Garibaldi).

L’arte di Enzo Domestico Kabregu. Le placide acque del mar Ionio, la superba piana di Sibari, i colori delle colline lungresi visti dal promontorio della propria casa paterna incorniciata in rocciosi pendii montani, le povere case dei contadini, il duro lavoro dei salinari, hanno esercitato su Enzo Domestico Kabregu un’attrazione lunga una vita. Nato il 17 Dicembre del 1906 ad Acquaformosa è a Lungro dove Kabregu (nome d’arte di Vincenzo Domestico Cucci/1906-1971), trascorre l’infanzia e l’adolescenza. E Lungro rimane nella sua mente per tutta la vita. Personaggi, ambienti, colori e costumi lungresi ispirano e stimolano l’arte del Kabregu che attraverso l’impressionismo trasferisce nelle sue tele tutta l’essenza di un mondo imbevuto di due culture. Pittore di fama internazionale, Enzo Domestico Kabregu può considerarsi il più importante artista lungrese, colui che nelle sue tele ha immortalato il modo di vivere della civiltà arbëreshe. Laureatosi alla Reale Accademia delle Belle Arti di Napoli, il nostro per volere paterno aveva precedentemente intrapreso la carriera di ingegnere agrario. Allievo dei maestri Siviero, Volpi, Irolli e Carignani, terminati gli studi, si trasferisce a Roma e quindi in alcune città del Nord Europa dove la sua formazione artistica si arricchisce sempre di più evidenziando la sua predilezione per la corrente impressionista. Il percorso artistico del maestro si definisce nelle “chiazze” pastello dell’impressionismo, soffermandosi, con brevi incursioni, nella corrente cubista. Nel 1934 il pittore lungrese lascia l’Italia e si trasferisce definitivamente nella città di Montevideo in Uruguay. Insegnante presso la Scuola Italiana E.D. Kabregu, nel Paese sud-americano ebbe un’intensa attività artistica costellata di esposizioni e riconoscimenti che diedero al maestro la definitiva consacrazione a livello internazionale. Tra le sue opere, custodite in musei e famiglie di tutto il mondo, ricordiamo i quadri che ritraggono ambienti e personaggi lungresi : “Lavanderas” donne in costume arbëresh chine a lavare i panni, custodito presso la residenza municipale di Lungro; “Casas” ritratto di uno scorcio di gjitonia, e un quadro del Brego visto dalla casa del pittore. E’ nei ritratti della sua famiglia che i colori delicati e tenui rispecchiano fedelmente le qualità pittoriche del Kabregu. Anche nelle opere che raffigurano ambienti latino-americani, si scorge il legame verso l’Uruguay la terra lontana che lo ha accolto dandogli fama internazionale. In onore dell’illustre artista lungrese, palazzo Domestico, per volere dei familiari del pittore e grazie alla sensibilità del Comune di Lungro, diventerà Centro Polivalente per la Cultura Arbëreshe e Museo Enzo Domestico Kabregu.